La storia dell’uomo che parlava ai polli

E’ tutto qui il marketing in Italia: un uomo che parla ad un pollo dentro ad un mulino (presuntivamente bianco), una foca parlante ed un orso che continua ininterrotto a parlare al telefono.

Sono stato a “Cibo e dintorni” 2013, una convention sullo stato dell’arte del settore agroalimentare che si tiene a Salerno. In seno alla manifestazione, si è tenuto un seminario di marketing applicato al settore di interesse, dal quale sono emersi elementi che lasciano… l’amaro in bocca (amaro da intendersi non come bevanda, ovviamente).

Dando uno sguardo all’analisi condotta da una delle relatrici, si apprende che, nella fase attuale, il prodotto “made in Italy DOC”, all’estero, è venduto molto meno rispetto al prodotto “Italian sounding”.

Cosa si intende per Italian sounding? Una distorsione concorrenziale, visiva e tipologica, quantomai distante dagli standard (anche solo medi) di qualità che caratterizzano storicamente i nostri prodotti alimentari, sartoriali, audio e, comunque, tutti quelli che pertengono all’Immagine classica dell’Italia come patria del buon gusto.

Un esempio è il tristemente noto “Parmesan”, che all’estero trova il consenso del consumatore locale, magari convinto del fatto che, qui da noi, esista qualcosa di simile a tale concentrato di materie plastiche ed organiche (non so dire in che proporzione). Ma la fantasia “aliena” arriva ad altro: l’esempio del “kit per la realizzazione della mozzarella fai da te” ha fatto inorridire la platea di addetti al settore. Non mancano altri scempi costruiti su presunti giochi di parole o su altrettanto presunti caratteri di italianità.

Ebbene, dati alla mano, è sortito fuori che in alcuni Stati europei (come la Francia o i Paesi Bassi), il prodotto Italian sounding ha acquisito il 75% di quota-mercato, contro un misero 25% del made in Italy DOC. I nostri prodotti stanno meglio in Inghilterra, dove arrivano a conquistare una quota-mercato del 50% circa.

Sconcertante, ma vero, le fortune del Parmesan non sono certo costruite sulla sua qualità, ma sullo studio della confezione, sull’individuazione del prezzo giusto (n.b: prezzo = costo di produzione + TASSE + profitto) e sulla capacità del produttore di piacere al consumatore. Insomma, sul marketing. Ancor più amaro è stato apprendere che – rispetto al consumo interno – l’export dei nostri prodotti alimentari non risente della crisi dei consumi, anzi è in aumento.

Volendo trarre un utile insegnamento dal “disastro-parmesan”, si dovrebbe prendere coscienza di due elementi:

a) uno risolvibile, vale a dire il fatto che, per le imprese italiane, l’export è la nuova ed ineludibile frontiera;

b) uno meno risolvibile, vale a dire il fatto che almeno una delle componenti del “prezzo giusto”, da noi, dovrebbe essere diminuita per poter competere con il parmesan (indovinate quale).

L’alternativa? Continuare a parlare con i polli (oppure condire gli spaghetti con una bella spolverata di parmesan).

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