La patata bollente

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Con sentenza n. 1167 del 19 febbraio 2019, la VI sezione del Consiglio di Stato ha reso chiarimenti in merito al concetto di “pratica commerciale scorretta”, in riferimento al Codice del consumo, pronuncinando in grado di appello sulla vicenda di una nota casa produttrice di patatine fritte.

Nel 2015, l’Antitrust  censurò la pratica posta in essere da Amicha Chips S.p.a., perché questa commercializzava patatine fritte avvalendosi di modalità espressive del messaggio pubblicitario da ritenersi scorrette (“…sul frontpack, nello spot televisivo e sulle pagine web aziendale, relativamente alle referenze “Eldorada Tradizionale” e “Eldorada Cotte a mano”, spicca, con grande evidenza grafica, il claim “- 20% di grassi”, cui segue immediatamente, ma con una scritta a caratteri piccolissimi, la dicitura “rispetto alla patatina fritta tradizionale”, in contrasto con le disposizioni del Regolamento C.E. 1924/2006; b) negli stessi posti, in relazione alle referenze “Eldorada Cotte a mano”, “Alfredo’s al sale marino” e “Alfredo’s al pepe nero”, risulta l’indicazione “cotte a mano”, mentre in altre sezioni del sito aziendale è descritta una produzione di tipo industriale; c) sul frontpack della referenza “Eldorada La Tradizionale” risulta, con evidenza cromatica e dimensionale, l’indicazione “con olio d’oliva”, senza alcuna specifica, mentre sul retro della confezione si afferma che nella preparazione si usa solo il 5% di tale componente, insieme con altri oli vegetali; d) sul frontpack della referenza “Pollo roasted” c’è l’immagine di un alimento (maionese, hamburger, paprika,ecc.) senza alcuna specificazione e solo sul retro della confezione viene spiegato che, nella preparazione, possono essere utilizzati come aroma”…).

In particolare, l’Autorità garante ritenne che la pratica commerciale posta in essere dalla Amica Chips costituisse una pratica commerciale scorretta ai sensi degli arti. 20, 21 comma 1, lettera b), e 22, comma 2, del Codice del Consumo, inibendone, di conseguenza, la diffusione e la continuazione, irrogando anche una sanzione di € 300.000,00.

Amica Chips propose ricorso dinanzi al Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, che, però, respinse il gravame. Di qui l’appello deciso dal Consiglio di Stato.

La normativa applicabile. Secondo i giudici di Palazzo Spada, deve preliminarmente essere ricostruita la normativa applicabile alla fattispecie, afferente al concetto di “pratiche commerciali scorrette”.

Tali sono le condotte che formano oggetto del divieto generale sancito dall’art. 20 d.lgs. 6 settembre 2005 n. 206 (Codice del consumo), che, in attuazione della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 11 maggio 2005, n. 2005/29/Ce, persegue la finalità di garantire un elevato livello comune di tutela dei consumatori, anche contro la pubblicità sleale. Dunque, anche la “promozione, vendita o fornitura” di beni o di servizi a consumatori rientra tra le pratiche commerciali scorrette, se posta in essere anteriormente, contestualmente o anche posteriormente all’instaurazione di un contratto ed indipendentemente dal fatto che si sostanzi in dichiarazioni, atti materiali o semplici omissioni. In termini più generali, poi, una pratica commerciale è scorretta se “è contraria alla diligenza professionale” ed “è falsa o idonea a falsare in misura apprezzabile il comportamento economico, in relazione al prodotto, del consumatore medio che raggiunge o al quale è diretta o del membro medio di un gruppo qualora la pratica commerciale sia diretta a un determinato gruppo di consumatori“. Il legislatore ha individuato una serie di tipologie di pratiche commerciali  da considerarsi sicuramente ingannevoli e aggressive (“le “liste nere”), senza che si renda necessario accertare la loro contrarietà alla “diligenza professionale” nonché dalla sua concreta attitudine “a falsare il comportamento economico del consumatore”. Una pratica commerciale è ingannevole se non è veritiera (contenente informazioni false, quanto alla natura o alle caratteristiche principali di un prodotto o di un servizio e, in tal modo, può indurre il consumatore medio ad adottare una decisione che non avrebbe adottato in assenza di tale pratica). Quando tali caratteristiche ricorrono, la pratica deve essere vietata. L’omissione, per essere considerata ingannevole, deve avere ad oggetto “informazioni rilevanti di cui il consumatore medio ha bisogno” per prendere una decisione consapevole (art. 22). Al riguardo, va rimarcato che, in tutte le ipotesi in cui la pratica commerciale integri gli estremi di un “invito all’acquisto” debbono considerarsi sempre e comunque “rilevanti” le informazioni relative alle caratteristiche principali del prodotto.

La patata è ingannevole. Nel caso di specie era innegabile che la scritta “- 20 % di grassi rispetto alla patatina fritta classica” contenesse una prima parte (“- 20% di grassi”) che si presentava visibile in una dimensione di caratteri grafici molto evidente (e grande), al contrario della seconda parte (“rispetto alla patatina fritta classica”). Dunque, i rilievi manifestati dall’Antitrust in merito al messaggio si presentavano esenti da rilievi. Anche l’indicazione “Eldorada Cotte a mano” (c’era scritto “cotte a mano”, ma la produzione delle patatine era di “tipo industriale”) ben poteva indurre in errore il consumatore medio, così come anche la dicitura “con olio di oliva” (solo sul retro della confezione era specificata la quantità di olio di oliva e degli altri ingredienti, fra cui oli vegetali, usati per la friggitura nella misura del 5%) e così via per gli altri rilievi operati dall’Autorità garante.

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