Date a Cesare quel che potete

E’ destinata a far riflettere la sentenza del GIP di Firenze del 10 agosto 2012, dott. Belsito, che ha deciso le sorti di un contribuente, accusato di non aver corrisposto l’IVA dovuta per la annualità 2006.

La buona notizia è che la sentenza è di assoluzione (perchè il fatto non costituisce reato).

Nella vicenda decisa favorevolmente all’imputato, questi, titolare di una piccola impresa, pur avendo presentato la dovuta documentazione fiscale, non aveva fatto fronte al pagamento dell’IVA, per “illiquidità”, termine che sta a significare una carenza di fondi e di mezzi atti a soddisfare la pretesa creditoria erariale.

In sostanza, nella fattispecie, il contribuente si era trovato sprovvisto di mezzi sufficienti ad assolvere la pretesa tributaria, a causa di un mancato incasso del frutto del suo lavoro (debitamente fatturato), stante il fatto che alcuni suoi debitori si erano rifiutati di corrispondere quanto richiesto dall’imputato a mezzo di regolari fatture. Di talché, documentate la carenza di fondi e la discendenza di tale stato di fatto al comportamento illecito di terzi, l’imputato è stato assolto, per carenza del dolo, elemento indispensabile ad integrare la condotta criminosa di cui all’art. 10 ter del d.lgs. 74/2000.

La vicenda definita in sede penale, però, non è detto che si esaurisca nel medesimo segno anche in ambiti diversi.

Come rileva – correttamente – il GIP, infatti, il giudizio penale, in materia tributaria, non può prescindere dall’accertamento dello stato psicologico (dolo) dell’agente. Ma tale accertamento non determina un effetto estintivo della pretesa tributaria, né ha un immediato riflesso nel giudizio tributario.

In altri termini, non è assolutamente detto che l’assoluzione in sede penale comporti anche un qualche effetto utile in sede di giudizio (o di procedimento) tributario, con la conseguenza per cui il contribuente, innocente agli occhi del giudice penale, potrebbe ancora  essere ritenuto meritevole di irrogazione delle sanzioni e della mora per la mancata, tempestiva, corresponsione del tributo (v. art. 20 d.lgs. 74/2000. Cass. pen. III, 14855/2012).

L’elemento di novità della sentenza segnalata è, però, rappresentato dall’analisi condotta dal giudice penale in ordine al concetto per cui la “illiquidità” determinata dal comportamento negligente dei debitori del contribuente esclude che possa parlarsi di volontarietà della omissione del pagamento del tributo.

A questo punto viene, però, da domandarsi se non sia il caso di rimettere mano alle norme inerenti il rapporto tra giudizio penale e giudizio tributario.

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