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Chiara Ferragni: via libera al marchio UE

Con sentenza T-647/17 dell’8 febbraio 2019, il Tribunale dell’UE ha annullato la decisione dell’EUIPO (l’Ufficio dell’UE che si occupa di tutelare la proprietà intellettuale ed anche i marchi comunitari) che avava disconosciuto alla Ferragni la possibilità di registrare a livello unionale il suo marchio.

Il segno distintivo in questione è composto da elementi grafici e dal nome della influencer, “Chiara Ferragni”, appunto. Tale marchio era stato contestato da una società olandese, titolare del marchio “Chiara”, usato per commercializzare prodotti parzialmente coincidenti con quelli per i quali era stata richiesta la registrazione di Chiara Ferragni”. In particolare, il 16 ottobre 2015 la CKL Holdings NV ha proposto opposizione, ai sensi dell’articolo 41 del regolamento n. 207/2009 (divenuto articolo 46 del regolamento 2017/1001), alla registrazione del marchio richiesto dalla Ferragni, stante la preventiva registrazione di “Chiara”, risalente al 29 luglio 2015 con il n. 975272 per prodotti di «Abbigliamento; calzature e cappelleria; costumi da bagno; abbigliamento per lo sport e per il tempo libero».

Dal punto di vista della confusorietà tra marchi, il Tribunale ha rilevato che due marchi sono simili quando, dal punto di vista del pubblico di riferimento, esiste tra loro un’uguaglianza almeno parziale per quanto riguarda uno o più aspetti pertinenti. La valutazione globale del rischio di confusione deve fondarsi, per quanto attiene alla somiglianza visiva, fonetica o concettuale, sull’impressione complessiva prodotta dagli stessi, tenendo conto dei loro elementi distintivi e dominanti. La percezione dei marchi che ha il consumatore medio dei prodotti o dei servizi in questione svolge un ruolo determinante. In presenza di un marchio complesso (fonetico e grafico), la valutazione della somiglianza non può limitarsi ad una sola componente; occorre operare un confronto esaminando i marchi “ciascuno nel suo insieme”. È solo quando tutte le altre componenti del marchio sono trascurabili che si può valutare la somiglianza sulla sola base dell’elemento dominante.

Nel caso di specie, il confronto tra i due marchi non ha prodotto alcun giudizio di consondibilità. Secondo il Tribunale:

Alla luce delle suesposte considerazioni, si deve concludere – senza che sia necessario esaminare l’argomento dei ricorrenti secondo cui il marchio richiesto è dotato di un contenuto semantico chiaro e preciso che dovrebbe controbilanciare la debole somiglianza visiva e fonetica – che, nonostante l’esistenza di un’identità o di una somiglianza tra i prodotti in questione, le differenze tra i segni esaminati, in particolare sotto il profilo visivo, costituiscono motivi sufficienti per escludere la sussistenza di un rischio di confusione nella percezione del pubblico di riferimento.

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