Airbnb: quali regole per gli affitti brevi?

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Il TAR Lazio, II ter, con sentenza 18 febbraio 2019, n. 2207, ha deciso il ricorso presentato da “Airbnb” (Airbnb Ireland Unlimited Company ed Airbnb Payments Uk Ltd) avverso i provvedimenti di Agenzia delle Entrate inerenti l’applicazione delle imposte sulle locazioni turistiche brevi.
Si è trattato di un giudizio complesso, sfociato (in fase cautelare) anche dinanzi al Consiglio di Stato, basato su di un ricorso articolato su più motivi (dei quali i primi due sono sembrati particolarmente interessanti), oltre che su di un ricorso per motivi aggiunti.

Oggetto specifico del ricorso erano il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate prot. n. 132395/2017 del 12 luglio 2017, recante disposizioni di attuazione dell’articolo 4, commi 4, 5 e 5-bis del decreto legge 24 aprile 2017, n. 50 e, con motivi aggiunti, la circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 24/E del 12 ottobre 2017, recante Regime fiscale delle locazioni brevi.
In sintesi, Airbnb ha impugnato gli atti in virtù dei quali l’Agenzia delle Entrate ha dato attuazione al regime fiscale per le locazioni brevi (art. 4, commi 4, 5 e 5-bis del d.l. 24 aprile 2017, n. 50, convertito con modificazioni dalla legge 21 giugno 2017, n. 96).
Tale normativa ha previsto l’obbligo per società come Airbnb (gestori di portali telematici preordinati a mettere in contatto domanda ed offerta di locazione di immobili per scopi turistici), di operare una ritenuta del 21% sull’ammontare dei canoni, all’atto del pagamento, da versare poi al Fisco. La normativa, inoltre, prevede che i portali telematici di proprietà di un soggetto residente in Italia o ivi stabilmente organizzato dovranno anche operare come sostituto d’imposta. Nel caso in cui il medesimo soggetto non risieda in Italia e sia riconosciuto privo di una stabile organizzazione, lo stesso sarà tenuto a nominare un rappresentante fiscale quale responsabile d’imposta.

Il ricorso introduttivo di Airbnb si è basato, come primo motivo, su “violazione e falsa applicazione degli artt. 4, 5 ss. della direttiva 1535/2015/UE, dell’art. 8 della direttiva 98/34/CE, dell’art. 56 TFUE, del principio di inopponibilità delle regole tecniche non notificate e del principio della libera prestazione di servizi all’interno dell’Unione, eccesso di potere in tutte le figure sintomatiche e in particolare travisamento in diritto, irragionevolezza, illogicità, difetto di istruttoria”.
Secondo la ricorrente, l’art. 5 della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio del 9 settembre 2015, n. 1535 prevede una procedura d’informazione nel settore delle regolamentazioni tecniche e delle regole relative ai servizi della società dell’informazione. L’omessa notificazione preventiva alla Commissione europea di emanande regole tecniche dei servizi della società dell’informazione determina automaticamente l’inopponibilità delle regole medesime.
Con il secondo motivo di diritto, Airbnb ha censurato la “…violazione e falsa applicazione degli artt. 3, 18, 32, 44, 49, 56, 101 ss., 116, 120, 127 ss. TFUE, dei principi del diritto dell’UE in materia di concorrenza, diritto di stabilimento e libera prestazione dei servizi, disapplicazione della normativa nazionale contrastante con il diritto europeo, delle direttive 2000/31/CE e 2006/123/CE. Violazione e falsa applicazione dei principi di proporzionalità e ragionevolezza e degli artt. 3, 23, 41 e 117 Cost. Eccesso di potere in tutte le figure sintomatiche e in particolare irragionevolezza, illogicità, travisamento in fatto e in diritto, sviamento“. In sostanza, ad avviso di parte ricorrente, la disciplina in esame discrimina un intero modello di business (quale è quello di Airbnb) e attribuisce agli intermediari immobiliari che non intervengono nel pagamento un’indebita agevolazione in termini di minori oneri amministrativi, suscettibile di tradursi in un indebito vantaggio competitivo.
La denunciata discriminazione si ravviserebbe anche rispetto alle piattaforme “peer-to-peer” operanti in ambiti diversi da quello immobiliare, ma che, esattamente come Airbnb, mettono in contatto soggetti che agiscono all’infuori della propria attività imprenditoriale per la conclusione di una transazione come, ad esempio, la vendita di prodotti o la fornitura di servizi. Inoltre, secondo parte ricorrente, l’obbligo posto in capo a soggetti come Airbnb di inviare all’Agenzia delle Entrate una comunicazione in occasione della stipula di ogni nuovo contratto rappresenta un vincolo di natura operativa e funzionale che ne ostacola ingiustificatamente l’attività sul mercato. Si tratterebbe di adempimenti che mal si conciliano con l’attività economica connessa alle locazioni brevi, caratterizzate da un numero ingente di contratti che richiedono una gestione rapida, e che si tradurrebbero in una ingiustificata limitazione dell’accesso e dell’esercizio dell’attività ricettiva extralberghiera.

Il TAR Lazio ha dato torto ad Airbnb.
Ad avviso dei giudici di Via Flaminia, la normativa fiscale anzidetta non ha ad oggetto un “requisito per l’accesso” (ad esempio, la richiesta di una specifica autorizzazione per l’esercizio del servizio), ma solo un obbligo accessorio al servizio di intermediazione (obblighi informativi e l’obbligo di ritenuta alla fonte della cedolare secca sui proventi delle locazioni brevi). Dunque, l’obbligo di ritenuta non condiziona l’accesso al sevizio di intermediazione, né tanto meno incide sul suo esercizio, ben potendo il servizio essere esercitato secondo modalità non implicanti l’intervento nel pagamento (come peraltro altri operatori del settore fanno). Dunque, una misura fiscale che incida sulle modalità di esazione di imposte dirette sui proventi dei locatari non può dirsi rilevante ai fini degli obblighi di notifica di cui alla direttiva sopra citata. Dunque, non è dato rinvenire nel caso di specie alcuna “regola relativa ai servizi” o “regola tecnica” per la quale fosse necessaria la previa notifica alla Commissione europea.

Anche il secondo motivo è stato ritenuto infondato, perché se i soggetti non residenti e non stabiliti che operano come intermediari fossero stati esclusi dal regine imposto ai soggetti residenti, ciò si sarebbe tramutato in un illegittimo vantaggio competitivo nei loro confronti. Non sussistono le paventate discriminazioni patite da Airbnb e le conseguenti violazioni dei principi di concorrenza nei confronti degli operatori che, pur svolgendo un servizio simile nell’ambito dello stesso mercato, per la sola ragione che utilizzano mezzi alternativi di pagamento o perchè operano con piattaforme “peer-to-peer” non sono sottoposti alla nuova disciplina fiscale, perchè gli obblighi informativi gravano su tutti gli intermediari indistintamente, mentre l’obbligo di ritenuta poteva unicamente essere imposto ai soli soggetti che si trovano ad avere la materiale disponibilità di dette somme per la circostanza che essi, liberamente, hanno deciso di intervenire nei pagamenti. Dunque, anche in questo caso, non può parlarsi di alcun trattamento discriminatorio poiché il differente obbligo imposto dalla normativa dipende dalla diversità della fattispecie di regolata.

Neanche gli altri motivi di ricorso hanno trovato accoglimento, dunque, per il primo grado di giudizio, è tutto.

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